Scavi di Ernesto Schiaparelli a Tebe

Scavi di Ernesto Schiaparelli a Tebe

• Christian Greco, Beppe Moiso

La presenza di Ernesto Schiaparelli a Tebe è documentata per la prima volta nel dicembre del 1884 quando, ancora alla direzione della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze, si era recato in Egitto per compiere una prima campagna di acquisti di antichità per incrementare le collezioni fiorentine. Qui entrò subito in contatto con i frati della Missione francescana di Luxor, instaurando un solido rapporto si amicizia che si rivelò preziosissimo per gli acquisti e per le future ricerche sul campo. Nel 1894 Schiaparelli fu chiamato a dirigere il Museo Egizio di Torino e, nel 1901, ritornò per la terza volta in Egitto e a Tebe, ancora per l’acquisto di antichità, ben comprendendo tuttavia che l’arricchimento delle collezioni torinesi non poteva basarsi esclusivamente su soli acquisti, trattandosi pur sempre di materiali decontestualizzati e spesso di non facile attribuzione. Occorreva, in analogia ad altri Paesi, promuovere ricerche in proprio; a tale scopo nel, 1903, nasce la M.A.I. (Missione Archeologica Italiana) che, con il determinante sostegno di Casa Savoia, progettò di esplorare numerosi siti egiziani, iniziando dall’area tebana con due importanti cantieri nella Valle delle Regine e a Deir el Medina. I lavori della M.A.I. iniziarono a Tebe ovest e precisamente a Bab el Harim, il 29 gennaio del 1903, precedeva Schiaparelli, il validissimo collaboratore Francesco Ballerini con il compito di predisporre il campo e assumere il personale. Le ricerche in quest’area proseguirono nelle successive campagne del 1904 e 1905, interessando anche il sito di Deir el Medina fino al 1909. I risultati furono sorprendenti già dalla prima campagna: il 15 febbraio del 1903 venne in luce la tomba del principe Kamuase (n.44), figlio di Ramesse III che, seppur saccheggiata e riutilizzata in antico, restituì oltre novanta mummie, molte ancora nel loro sarcofago oltre a vasi e altri oggetti di uso funerario. Complessivamente le tombe esplorate nella Valle delle Regine, impiegando squadre anche di trecento operai, furono oltre ottanta, perlopiù appartenute a regine e principi, tra queste quella del principe, ancora figlio di Ramesse III, Amonherkhepeshef (n.55) che, seppure devastata, conservava oltre alle straordinarie pitture, anche la mummia di un giovane, forse del principe stesso. La tomba della principessa Ahmosi (n.88), figlia di Seqenenra, restituì oltre alla mummia e alcuni resti del corredo funerario, anche ampi frammenti di due lenzuoli funebri, riportanti brani del “Libro dei Morti”. Tuttavia, come ancora Schiaparelli ebbe a dire, il ritrovamento più esaltante che ricompensò le fatiche di tante ricerche, fu quello avvenuto nel febbraio del1904, della tomba della regina Nefertari, consorte di Ramesse II (n.66). Le ricerche nella Valle delle Regine terminarono nei primi giorni di marzo del 1905, perseguendo l’obbiettivo iniziale di: “…esplorarla sistematicamente, si da non lasciare alla fine alcuna parte non esaminata, per metterne in luce tutte le tombe, sia le poche già note, sia le altre che si supponeva e sperava di poter scoprire…” Completate le ricerche nella Valle delle Regine, dal febbraio del 1905, vennero avviate quelle nella vicina necropoli di Deir el-Medina, che consentirono il ritrovamento di numeroso materiale disperso appartenente ai corredi funerari degli abitanti del villaggio. Inoltre, esplorando il fondovalle, vennero in luce i resti del villaggio, di cui Schiaparelli dette la prima particolareggiata descrizione. Ai margini del medesimo, tra le fondazioni di una casa, si scoprirono due giare contenenti trentatre rotoli di papiro con testi di contenuto amministrativo, in grafia demotica e greca, attestanti l’occupazione tarda del villaggio. Nel 1906 venne scoperta la tomba intatta di Kha e della consorte Merit, che restituì l’intero corredo funerario, oltre alle mummie dei titolari. Nello stesso anno, dopo il ritrovamento, si provvide allo “stacco” delle pitture della cappella funeraria di Maia, poi restaurate e ricomposte nel museo torinese. La grande quantità di materiale proveniente da questi due siti, contribuì in maniera determinante ad arricchire le collezioni torinesi, consentendo una più completa presentazione della storia dell’antico Egitto.


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